giovedì 2 maggio 2013

Il tempo di andare..

Cari amici e care amiche del Mafraj, per me è arrivato il tempo di andare.
per me è arrivato il tempo di andare..
E' un ritmo ciclico, quello dell'andare e resistergli vuol dire fermare il proprio orologio da polso, illudendosi di aver fregato nientemeno che il TEMPO.

Vado al nord, direzione Trentino-Alto Adige, un pò per amore, un pò per lavoro.. ma soprattutto perchè è la mia vita che me lo chiede. Adesso.

Qualche anno fa non sarei stata affatto capace di seguire questo vento del nord e le sue convocazioni, ma adesso è arrivato il mio kairòs, il mio tempo opportuno.
Credo che ci siano passaggi in cui si sente che ha davvero poco senso incaponirsi a non perdere ciò che si ha ed è necessario, piuttosto, scoprire la possibilità di ri-trovarlo ad ogni ritorno, tra continuità e trasformazioni.

Io mi trovo ad uno di questi passaggi, davanti a pacchi e valigie preziose, ma che hanno bisogno di restare leggere per fare posto anche ad altro.

Adesso sento che questo andare può essere un gioco di addizioni e non uno strappo.
Qualche tempo fa, in  libreria sono stata attratta dal titolo di un libro di Carmine Abate: "Vivere per addizione".  
Oggi faccio mie le sue parole:

"Voglio vivere per addizione, miei cari, senza dover scegliere per forza tra Nord e Sud..." 
                                                                      C. Abate, Vivere per addizione, Mondadori.




lunedì 8 aprile 2013

Pappardelle con asparagi e salmone

Cari amici e care amiche del Mafraj,
oggi vi regalo una ricetta!
Questo piatto di Ballar'home è irresistibile per gli adoratori della pasta, ma soprattutto per gli amanti delle sperimentazioni e dei nuovi accostamenti.
Si tratta di pappardelle, asparagi, salmone, ma non solo.. vi propongo di aggiungere granella di pistacchio siciliano e radicchio!
Et voilà..
Pappardelle con asparagi e salmone

Ecco la ricetta:

INGREDIENTI

  • 1 cipolloto scalogno oppure un porro
  • 1 mazzetto di asparagi coltivati
  • 100 gr. di salmone affumicato
  • crema di riso/d'avena o panna vegetale a base di soia.
  • granella di pistacchio
  • qualche foglia di radicchio
  • 400 gr. di pappardelle


PREPARAZIONE


Sbollentiamo gli asparagi in acqua poco salata e poi scoliamoli e tagliamoli a tocchetti, mettendo da parte le punte. 
Conserviamo però l'acqua di cottura degli asparagi, ci servirà tra poco.
Facciamo soffriggere pochissimo la cipolla (dopo averla tagliuzzata finemente)su un filo d'olio e poi uniamo gli asparagi a tocchetti. 
Facciamo insaporire il tutto e versiamo poi un pò di crema di riso o panna vegetale a base di soia. 
Basteranno 2 o 3 cucchiai per amalgamare il tutto, non è il caso di usare l'intera confezione. 
Frulliamo il tutto con il mixer. Intanto, tagliamo a listarelle il salmone e  per qualche minuto in padella con un filo d'olio. Sfumiamo con un pò di vino bianco ed eventualmente con un pò dell'acqua di cottura degli asparagi. 
Uniamo il salmone alla crema di asparagi ed aggiungiamo le punte che avevamo tenuto da parte. 
Nel frattempo, tagliamo a listarelle tre foglie di radicchio e saltiamolo in padella per qualche minuto con un filo d'olio, sfumando con l'acqua di cottura degli asparagi. 
Intanto, tostiamo per qualche secondo 3/4 cucchiai di granella di pistacchio.
Uniamo alla crema di asparagi e salmone  il radicchio e le punte di asparagi che avevamo tenuto da parte.  Non appena saranno pronte le pappardelle (lasciamole un pò al dente), mantechiamo tutto insieme sul fuoco (versando un pò di acqua di cottura degli asparagi se il tutto ci sembra troppo asciutto).
Aggiungiamo alla fine la granella di pistacchio.

Il pranzo è servito!
Buon appetito




lunedì 25 marzo 2013

Un monumento alle donne violate. Quando immagini mute dicono quel che le comunità sentono

Violata è il titolo di un'opera inaugurata sabato scorso ad Ancona. 
La prima statua in Europa in onore delle donne vittime di violenza - così viene presentata da diversi giornalisti - è un'opera realizzata per il comune dallo scultore Floriano Ippoliti.
Fattezze giunoniche per un simulacro di donna a testa alta con abiti stracciati sui punti giusti e, pertanto, sodi seni e glutei al vento, vita molto bassa e gambe divaricate. Completa il tutto una borsetta con manico, un pò vintage. 
Ah, dimenticavo: il tutto è incomprensibilmente blu, per la gioia degli estimatori di Avatar (o di Puffetta).

Come nasce l’opera? Così risponde Floriano Ippoliti ad un quotidiano online abbruzzese: 
Ero rimasto molto colpito da un fatto di cronaca avvenuto due tre anni fa: una signora tornando dalla spesa era stata violentata e uccisa. Mi chiesi  come avrei reagito, cosa avrei provato se fosse successo a mia moglie. La cronaca ci riporta immagini di donne violate con il capo reclinato, in atteggiamento di grande sofferenza e grande timore. Io invece ho voluto rappresentare una donna che reagisce,  che per prima cosa raccoglie la sua borsa e poi rialzandosi guarda fiera al futuro, non lasciandosi intimidire dalla violenza subita”. 
Taglio corto: io trovo questa immagine un pugno nell'occhio prima ancora che una rappresentazione stereotipata e controproducente di un fenomeno. 
È sempre piuttosto imbarazzante dire di un'opera artistica che la si trova brutta, semplicemente brutta. Ma se c'è una libertà dell'espressione artistica, perché non dovrebbe essercene una, pura e semplice, di chi ne fruisce? 
Detto questo, il tema affrontato da Ippoliti è un tema sociale di grande rilevanza, che chiama in causa chiunque. Per questa ragione la riflessione sul come lo si rappresenti è doverosa, non perché ad un'artista si debbano imporre solo opere in qualche modo didattiche, che fotografino correttamente la realtà, ma perché   la genesi di quel come probabilmente ci fotografa come comunità, dicendo molto del modo in cui il fenomeno è sentito. Tanto più che la statua di Floriano Ippoliti è stata voluta e poi accolta da una comunità, dai suoi rappresentati istituzionali, da diversi cittadini e perfino da alcune associazioni femminili, stando a quanto riportato da alcuni notiziari online locali (Fonte: Notizie di zona).


È lo stesso Ippoliti a dire che lo spunto per il suo lavoro è stata una reazione emotiva ad una notizia di cronaca (presumibilmente conforme ai consueti canoni giornalistici sull'argomento, ovvero sbattuta in faccia con un misto di approssimazione e morbosità splatter). 
Verosimilmente l'impatto della notizia ha immediatamente innescato l'immedesimazione, la fatica di tollerarla e il bisogno conseguente di fuggire un dolore toccato in vivo per poco meno di un'istante. 
In circostanze come queste, ci si porta però appresso l'orribile idea che la prossima volta possa anche toccare a te (se si è donne) o a tua moglie. 
Se si è - almeno - avuta la lucidità di non attribuire la colpa alla stessa vittima (per i suoi vestiti provocanti per esempio) è effettivamente piuttosto difficile pacificarsi l'animo ed estrarre se stesse o la propria moglie/sorella/figlia dal novero delle possibili "prossime".
L'informazione appiattita sulla sola emozione produce questo: attiva, ed anche parecchio, ma innesca reazioni piuttosto che conoscenza e creazioni.
Di qui al sentire l'urgenza di negare l'effetto di un atto che uccide, immaginando (e augurando) una veloce resurrezione con tanto di borsetta alla mano, il passo è breve. E - come 'Violata' insegna - non è detto che a quel punto non risbuchino dalla finestra certi stereotipi sull'aspetto delle candidate ideali alla violenza che magari si erano cacciati via dalla porta principale del regno delle intenzioni.

Molte donne impegnate in una riflessione critica sulla rappresentazione del femminile nei media (Michela Murgia, Lorella Zanardo, Loredana Lipperini, Luisa Betti, le blogger di Vita da Streghe e Un altro genere di Comunicazione, solo per citarne alcune) hanno più volte sottolineato la pericolosità di una comunicazione sul tema della violenza di genere che raffigura la donna come bersaglio fragile da proteggere dal rischio - connaturato all'essere donna, secondo questa visione - di essere "sporcata". 
Rappresentazioni del genere schiacciano le donne nel ruolo di vittime e mistificano la realtà insinuando sottilmente che donne forti e volitive siano immuni dal rischio di subire violenza, idea ampiamente contraddetta dai dati. 

Paradossalmente però, nel caso dell'artista Ippoliti l'obiettivo di rappresentare una donna non schiacciata, ma in grado di rialzarsi e guardare al futuro, ci consegna un'immagine stridente che non a caso non può che chiamarsi, ancora e soltanto, Violata.
Quell'auspicio - abbastanza superficiale - che le donne sappiano non farsi intimidire, mi fa sorridere amaramente, perché i segni della violenza sono lividi nella psiche e spesso sul corpo, mai timidi rossori facili da scacciare, magari con un pò di selfhelp. 
Qualcosa accomuna le "rose bianche sporcate dalla nera violenza" (di una nota campagna istituzionale) e l'eroina blu-avatar di Ippoliti. 
Azzardo un'ipotesi: mentre nel primo tipo di immagini si mette in scena la volontà di tutelare un prima mitico connotato dalla purezza e dalla bontà di chi, in quanto pura e fragile, non merita la violenza, nella rappresentazione  un pò bionica di Ippoliti si auspica una sorta di tutela del futuro, ma quello di chi? 
L'idea che la donna assuma in qualche modo la violenza subìta e la metabolizzi velocemente, in fondo non è nuova, al contrario, mi sembra richiami una retorica patriarcale che santifica le donne-madricoraggio in grado di passare oltre a dolori anche estremi pur di garantire il futuro dei figli/della comunità, facendosi forza per gli altri. 
Il passato ed il futuro anteriore mi sembrano i tempi privilegiati da entrambe queste tipologie di rappresentazioni del fenomeno. 
Ma chi si farà carico, con le donne che vivono la violenza, del loro presente e del loro futuro prossimo? 
Le nostre comunità non sono probabilmente ancora del tutto disposte a farlo, lo rappresentano molte comunicazioni istituzionali come molte prove artistiche (o pseudo-tali).

domenica 24 marzo 2013

La differenza fra pedagogia e demagogia. Intervista a D. Pennac

D. Pennac.
Martedì 26 Marzo, lo scrittore riceverà la Laurea 
Honoris Causa in Pedagogia all'Università di Bologna
Riporto qui uno stralcio dell'intervista a Daniel Pennac, pubblicata ieri (23 Marzo 2013) su Repubblica.
Parole preziose...
D. Pennac: Oggi abbiamo bisogno di persone che cerchino di comprendere le paure di un adolescente, prima ancora di insegnargli qualcosa. È questa la funzione del pedagogo. Quando insegnavo cercavo sempre di capire i timori dei miei studenti, proprio perché nella mia infanzia scolastica la paura - di sbagliare, di non essere all'altezza, di non farcela - ha svolto un ruolo capitale. E per non far paura agli allievi, dobbiamo evitare di presentarci come i guardiani del tempio, provando invece a trasmettere loro la felicità che proviamo quando frequentiamo i libri. La lettura a voce alta è uno dei modi che consente di trasmettere questo sentimento di felicità, come pure la sensazione di liberazione che essa procura (...).
Intervistatore: Chi sono i guardiani del tempio?
D. Pennac: I guardiani del tempio sono coloro che confiscano la cultura per se stessi, difendendo i propri interessi e le proprie confraternite, e soprattutto decretando l'indegnità di certi lettori solo perché leggono determinate tipologie di libri. Sono  quelli che dai lettori esigono sempre un commento d un giudizio, preferibilmente in sintonia con il loro. Secondo me, invece la letteratura non ha nulla a che vedere con la comunicazione. Nessuno deve essere costretto a comunicare agli altri la natura del piacere procuratogli dalla lettura. La lettura è innanzitutto qualcosa per se stessi. È un rapporto d'intimità tra uno scrittore e un lettore. 
Intervistatore: A chi si contrappone la figura del pedagogo? 
D. Pennac:  Al demagogo da un lato e al mercante dall'altro. Purtroppo nella scuola non mancano i professori demagoghi, quelli che fanno finta di essere degli adolescenti per conquistarsi la simpatia degli allievi. È un atteggiamento che infantilizza sia i professori che gli allievi. In realtà i giovani, hanno bisogno di confrontarsi con degli adulti veri, la cui presenza li aiuti a costruirsi. Gli adulti devono indicare i limiti, spingere allo sforzo intellettuale ed esigere una certa sollecitudine riflessiva. Tutto ciò per insegnare ai ragazzi a riflettere da soli. Il pedagogo è colui che riesce a far sentire agli allievi che l'esercizio dell'intelligenza può essere una fonte di piacere. Il demagoghi invece propongono sempre le soluzioni più facili e soprattutto fanno sempre appello ad un'identità collettiva, una sola per tutti, dove si annulla ogni singolarità. A scuola, ma anche al di fuori, nella corsa al consumismo, nella moda, nella politica e perfino nella pratica artistica. Il demagogo è il pifferaio magico che seduce e ci conduce al disastro. 
Intervistatore: Perché i demagoghi oggi hanno tanto successo? 
D. Pennac:  Perché l'autorevolezza che nasce dall'esempio della singolarità è sempre più rara. È sempre più raro trovarsi di fronte ad un adulto capace di pensare con la propria testa e avere un comportamento indipendente, un adulto che dia l'impressione d'essere veramente se stesso e non il prodotto di mode e pensieri dominanti.
Intervistatore: Il successo della demagogia corrisponde ad una perdita globale di spirito critico? 
D. Pennac: Si, ma la perdita globale di spirito critico è figlia del bombardamento pubblicitario televisivo cui sono sottoposti sempre di più i bambini e i giovani. La pubblicità stuzzica in permanenza il loro desiderio di possedere (che in loro viene immediatamente confuso con il desiderio d'essere), trasformandoli tutti in clienti. Il pedagogo deve provare a decostruire questa situazione, tentando di trasmettere il piacere di comprendere, in modo che un allievo possa anche decidere di riflettere invece di passare il suo tempo a consumare, il che è già una manifestazione di spirito critico.
Intervistatore: Ma lo scrittore può anche essere un pedagogo?
 D. Pennac:  Non è il suo ruolo. Naturalmente dietro lo scrittore c'è un individuo reale che ha delle convinzioni e dei princìpi, ma non è assolutamente detto che ciò debba essere riconoscibile nelle sue opere. Più che pensare a insegnare qualcosa, lo scrittore deve sperare di diventare una compagnia per chi lo legge, nella convinzione che la lettura debba restare sempre un piacere per gli adulti come per i bambini. È pensando a questa relazione esclusiva che lo scrittore affronta ogni volta la condizione meravigliosa e stupita della solitudine di fronte all'oceano della lingua.
Intervistatore: Scrivere per i bambini è un esercizio più difficile?
D. Pennac:  In generale scrivo sempre per gli adulti, ma ogni tanto ho bisogno di rivolgermi anche ai più piccoli. In fondo, nella letteratura per l'infanzia e in quella per gli adulti i temi sono quasi sempre gli stessi, come dimostrano le fiabe. Cambia però la scrittura, che è più semplice, ma anche più rigorosa, dato che è sempre alla ricerca della parola giusta e precisa. La semplificazione non deve mai risolversi in perdita di senso.

sabato 23 marzo 2013

Marzo pazzo e il suo vento di cambiamento

Quel matto di Marzo ci ha portato finora ben tre volti nuovi su poltrone di pregio.

Come minimo questo rinnovamento primaverile ha già disseminato nuovo interesse per le vicende politico-religiose. Non pochi di noi si sono, di colpo, riappassionati alle vicende di quelle vecchie poltrone, attratti da un sentore di restyling.
Ma se la Primavera fosse un'età della vita sarebbe una frettolosa pre-pubertà, ahinoi, e così, animati da questo spirito prepuberale, tanti di noi la sera della fumata bianca avevano già colto in quel tal cenno con la mano o in quella tal'altra modulazione della voce, inequivocabili segni di santità papale e francescanesimo di fatto ancor più che di nome.

D'altro canto, al repertorio pre-puberale non poteva mancare anche il Bastian Contrario.
Me lo immagino cupo e vestito di scuro quel tipetto un pò funereo intento a spulciare - a comignolo ancora fumante -  il libro di Werbitsky, giornalista e grande accusatore dell'ex-vescovo di Buenos Aires, o a navigare in rete alla ricerca di una qualche puzzolente alga in grado di smascherare Jorge Mario e strappargli l'apparenza di Francesco, ancor prima che augurasse la prima buona notte da Papa a se stesso e ai convenuti.
La pazienza di aspettare, si sa, non è proprio il pezzo forte degli adolescenti in genere. Neanche con le sfumature va meglio: è tutto o bianco o nero.
E poi un Papa grigio non si è mai visto e non lo si vuol vedere neanche adesso (e qui, come dare torto...).

Tra gli impazienti più visibili, figura anche la cittadina Serenella Fucksia, senatrice pentastellata, che ha prontamente commentato con queste parole la nomina di Laura Boldrini a Presidente della Camera:
A me Laura Boldrini non piace perché ne parlano tutti bene ed è fin troppo facile parlarne bene (...). Lei ha un curriculum fin troppo bello, con questi incarichi troppo veloci e troppo facili. E’ figlia di una famiglia che sicuramente l’ha sostenuta e gli ha permesso di fare quello  che ha fatto. E a me le persone che si fan belle..”                     
                                                                         (Per saperne di più, potete leggere QUI) 
Argomentazioni solide, come vedete.

Questa primavera impulsiva è spesso snervante e forse, proprio perché precipitosa, effimera.
Aspettare non vuol dire rinunciare a reperire informazioni diverse, né a fare delle critiche anche dure se necessario, significa semplicemente darsi tempo per inquadrare, mettere a fuoco e costruire argomentazioni che abbiano giusto un pò di spessore in più di quelle della Senatrice Fucksia di turno (e non ci vuole poi molto).

Di questo Marzo superficiale io vorrei tenere qualche àncora di speranza, forse addirittura di passione.
Mi avvalgo della facoltà di non illudermi e mi tengo cara la consapevolezza che il rinnovamento delle istituzioni italiane e della Chiesa non può che avere tempi più lunghi di quelli che vorremmo, ma rivendico il diritto ad una dose di ottimismo fondato su alcune buone ragioni, fra tutte: la consapevolezza che la pressione sociale ha avuto, ed ha, un valore con cui i vertici dei partiti e delle istituzioni politiche e religiose non possono più non fare i conti.
Sulla cattedra di Pietro oggi c'è un Papa nuovo, "costretto" a chiamarsi Francesco e ad assumersi la responsabilità di onorare un nome/programma, mentre alla due camere di governo ci sono due persone il cui volto è legato alla difesa attiva dei diritti umani e della legalità.
Se è arrivato il tempo di questi volti, non lo si deve al solo carisma personale dei prescelti, nè soltanto alle logiche di marketing della Chiesa in un caso, o alle pressioni grilline nell'altro, ma  anche, e soprattutto, a chi fa della sua vita quotidiana un atto politico con cui definisce chiaramente ciò che non è più disposto a tollerare e ciò che chiede di costruire.
Lo si deve a chi non si limita ad additare il singolo rappresentante di potere o l'indifferenziata casta e ad aizzare usando  il malcontento di un Paese che implode.
Lo si deve a chi la democrazia la fa e la rigenera ogni giorno, perché la sente sacra. Dappertutto, anche all'oratorio o in sacrestia, in una sede di partito quanto in piazza e in parlamento, sulla pagina di un blog come in televisione o sulle pagine di un quotidiano.

Adesso,  bisognerà  fare un paziente lavoro di distinzione fra ciò che è inferno e ciò che non lo è,  come diceva Calvino, e si dovrà rendere ancora più visibile quel desiderio di cambiamento troppo a lungo rimasto in ombra o strumentalizzato.
Adesso, dopo i volti-progetto e alcuni apprezzabili premesse e prime pietre, bisognerà pretendere il cantiere e la costruzione.
Bisognerà vigilare, ma soprattutto partecipare.
La tarda primavera e l'estate adulta sono il tempo ideale per questo genere di lavori.

Buone lente (purché inesorabili) pulizie di Primavera a tutti noi.



  


domenica 10 marzo 2013

Quasi un battesimo

"All'inizio ci siamo toccati come se fossimo degli estranei. Poi ci siamo toccati come ci hanno insegnato a farlo. Solo alla fine abbiamo osato toccarci come facciamo noi due"
                                                     David Grossman,  Che tu sia per me il coltello 
Lorenzo Mattotti

Mi piace molto associare immagini e parole che mi hanno in qualche modo lasciato una traccia. 
È come se da questo lavoro di accostamento scaturisse ogni volta un'amplificazione di senso. 
Dopo mi è più chiaro perché proprio quelle parole e proprio quell'immagine (dipinto, foto, illustrazione o installazione che sia) siano riuscite a resistere al filtro severo della memoria.
Oggi è la volta di questo collage fatto di tratti e colori di Lorenzo Mattotti insieme a parole di David Grossman.
Non so bene come e quando si siano incrociati tra loro nella mia mente e forse non importa, basta sapere che la bellezza ci serve quando è capace di tagliarci come pane con un coltello, non per ferire ma per spezzare e poi nutrire l'anima della sua fragranza.
Mi basta questo per credere che questo incrocio mi servisse.

Ci sono relazioni dentro le quali sentiamo di apprendere moltissimo, ma probabilmente gli amori più grandi sono quelli  dentro ai quali soprattutto disimpariamo come in acqua disapprendiamo il tono controllato dei muscoli per imparare il sostegno dell'acqua, la leggerezza del peso corporeo e i movimenti altri del nuoto.

Ci sono amori forti come la morte e per questo vitali come un battesimo quotidiano.

Se volete, mi farebbe piacere che mi scriveste quello che vi suggerisce questo accostamento.





sabato 9 marzo 2013

Il mio 8 Marzo al Centro Antiviolenza, tra ordinario e straordinario


Mattina in servizio di risposta telefonica: 6 chiamate di donne che stanno subendo violenza.

Nel pomeriggio porte aperte alla città: l'emozione di accompagnare i visitatori e le visitatrici di ogni età tra le stanze del centro, raccontandole.. e sentire che lo straordinario nutre l'ordinario di energie nuove. 



venerdì 15 febbraio 2013

Amori difficili

Se siete in quel di Palermo, non perdetevi la mostra fotografica di Zanele Muholi, a Palazzo Ziino (via Dante, 53).
Avete ancora soltanto domani, 16 Febbraio, dalle 9,30 alle 19,30. 

Zanele Muholi, fotografa e attivista Sudafricana, racconta gli amori difficili di donne Africane lesbiche.
Tra le donne ritratte, molte sono state vittime di discriminazioni, violenze e stupri "correttivi" in quanto donne lesbiche.

Zanele Muholi ritrae identità ferite, ma forti. 
Soprattutto, racconta Amore. 
Nelle sue fotografie c'è intimità, c'è il quotidiano, la tenerezza, il gioco, c'è legame. 
C'è una bellezza nitida e grezza, senza edulcoranti. Mai gretta.

Ci sono i diritti inviolabili di anima e corpo.

Catturando scatti di essere - Being è il titolo di una delle due serie fotografiche esposte -  Muholi decostruisce lo stereotipo di donna necessariamente eterosessuale, ipersessualizzata e attraente come  moda e pornografia  comandano. 
Il nudo di Muholi è racconto di una scena e trasperenza dell'amore che la abita, per questo è   tutt'altro che o-sceno.

In Le cose dell'Amore, Umberto Galimberti scrive:
Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione non dispiega una scena intorno a sé, cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente messo in scena, e perciò è o-sceno, perchè offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità di quel cerimoniale erotico che rende il corpo inespressivo, perchè ogni espressione è demandata alle vesti, agli accessori, ai gesti, alla musica, alle luci (...) per creare il desiderio al solo scopo di arrestarlo davanti alla messa in scena, dove non si celebra la trascendenza del corpo ma la sua opacità
                                                                                                (U. Galimberti, 2004. Feltrinelli, p. 79) 

Le fotografie esposte a Palazzo Ziino dicono molto non solo della coppia, ma anche della fiducia nell'artista, Zanele Maholi, capace di uno sguardo che contiene, celebra e racconta, senza mai violare né ostentare.
Immagini dense di un'intimità quasi contagiosa, capace di evocare nello spettatore le memorie corporee dei legami d'amore a cui deve la propria consistenza.


Ecco alcune delle fotografie della serie Being.

La potenza di queste immagini vale più di mille argomentazioni contro le mistificazioni di chi pontifica sull'amore e sulla libertà di essere.






 Qui altre info sulla mostra a Palazzo Ziino.

Zanele Muholi   Contemporary Visual artivist

giovedì 14 febbraio 2013

Amore scalzo


"Sto attento a parlare con te, per non pestarti i piedi.  
Non è come nel ballo, è come su un sentiero di pietra che ha un pò d'erba cresciuta nelle giunture. E' forte ma cerco lo stesso di non sciuparla e faccio passi accorti. 
In case musulmane si lasciano fuori le scarpe e io faccio così con te." 


                                                             Erri De Luca, Tre Cavalli. Feltrinelli


Lorenzo Mattotti
Dedicata ai Compagni delle donne amate così.
Grazie a loro crediamo che l'antagonismo tra i generi sia un'invenzione culturale destinata a tramontare.

lunedì 11 febbraio 2013

Osterie a destra e a manca


Italietta: ora ci si mette pure Neri Marcorè.

"Meno male che almeno c'è lei, a' Carfagna elettorale, che qualcosa ci tira sempre su" dice il comico, che ieri sera a Ballarò sostituiva Crozza per la copertina.
Carfagna esprime disappunto per la battuta da osteria e chiede spiegazioni. 
Floris le cita, ridanciano, la battuta pomeridiana del suo leader sull'impiegata "che viene e chissà quante volte viene" ecc. 
(Cliccate Qui per vedere il video, se ve lo siete perso).
Lei giustamente risponde con una domanda: "E questo autorizza forse  un suo comico a fare una battuta da osteria su di me?"
Qui il video.
Floris ci mette un pò a scusarsi per conto di Neri Marcorè. Alla fine lo fa, ma non rpima di averle ricordato che Silvio ha dimostrato, fino al pomeriggio, di saper fare molto di meglio in fatto di battute da osteria.

L'antifona che oggi si ripete in moltissimi commenti all'episodio è più o meno questa:  "Carfagna - l'ipocrita, la soubrette, la Ministra, diventata tale in cambio di chissaché - se lo merita.

Certo è che se per mare non ci sono taverne, in Italia invece non ne mancano, né a destra né a manca e, benché si facciano concorrenza, si ha spesso la netta sensazione che appartengano allo stesso consorzio, che che ne dicano i vari esercenti.

C'è una linea di continuità tra battute di questo tenore e i numeri della violenza di genere, una linea che passa per la costruzione e reiterazione di una rappresentazione ipersessualizzata e mortificante del femminile, in ogni campo: dalla politica allo spettacolo.
Tra scherzi, facezie, discorsi semi-seri e frasi buttate lì distrattamente giorno dopo giorno costruiamo un immaginario  condiviso. Tutto cementifica in quello che diventa il quadro di riferimento entro cui ci muoviamo. 

Lo sguardo di chi liquida  il disappunto di Mara Carfagna come quello di "una zoccola che se lo merita"  non è poi troppo lontano da quello di chi trova attenuanti per la violenza maschile nell'aggressività o nella seduttività di una donna, o ancora, nell'ostinazione a rimanere con chi la maltratta. 
Capita alle donne pluriabusate perfino di sentirsi dire che evidentemente "sono loro ad indurre in chiunque capiti loro a tiro un certo tipo di modalità relazionale, per via delle loro caratteristiche".
Tra le migliaia di donne che subiscono maltrattamenti ci sono naturalmente anche persone aggressive, provocatorie, autodistruttive, calcolatrici ecc., non per questo la violenza nei loro confronti è in alcun modo giustificabile.
Con buona pace di chi condanna la violenza sulle donne solo quando è possibile immaginarle  come fragili fiori recisi o candide colombe sporcate dal bruto, 

Non voglio certo sostenere che Mara Carfagna sia una donna abusata o raggirata, naturalmente.
Certamente però la violenza di genere trova terreno di coltura nella stessa cultura maschilista che permette anche ad un uomo intelligente come Neri Marcorè di parlare in questi termini all'ex ministro Carfagna. 
Ai molti e 'meritevoli' politici uomini, qualunque sia stato il modo in cui hanno conquistato quel ruolo, ben più raramente vengono indirizzate battute a sfondo sessuale. Lo stile da osteria italica è una delicatezza riservata alle donne, anche in politica.

Chi sostiene di poter criticare, o addirittura di volere cambiare, l'Italia di oggi - comico, giornalista o politico che sia - pensa forse di poterlo fare usando qua e là, quasi 'distrattamente', lo stesso stile becero di chi l'ha ridotta così?

Vi propongo, di seguito, una parte dell'articolo scritto oggi da Giovanna Cosenza sul Fatto Quotidiano:
"Penso che Berlusconi, gli applausi che si è guadagnato su quel palco e i sorrisetti imbarazzati della giovane donna ben rappresentano il machismo ammuffito di molti italiani e l’incapacità di molte donne di reagirvi in modo adeguato, specie se la muffa sta su un uomo di potere. Ma penso pure che chi insiste nell’alludere al passato di Mara Carfagna come donna “da calendario” – politico o comico che sia – si qualifica come appartenente o connivente allo stesso machismo stantio. Sei un avversario politico di Mara Carfagna? E allora critica ciò che propone e fa come donna politica. Vuoi fare satira? E allora inchiodala alle inconsistenze e ai tic di ciò che dice,evitando ogni allusione alla sua avvenenza e al suo passato da soubrette. Perché evitarli? Perché altrimenti abbassi il livello della satira, visto che è ben più difficile far ridere sui contenuti e sulle parole dei politici, che sul loro corpo. Inoltre finisci per mostrare a tuo danno, come è accaduto ieri a Marcorè, che un po’ di muffa machista ce l’hai addosso pure tu."
(E' possibile leggere l'articolo per intero sul blog DIS.AMB.IGUANDO - Giovanna Cosenza)



sabato 9 febbraio 2013

La Chiesa in salotto, tra le amiche.


Facendo zapping pomeridiano, sono finita tra Le amiche del sabato, una trasmissione di Rai uno.
Si parla di divorzio e qualcuno accenna alla possibilità che rimanere insieme benchè non si vada d'accordo, possa essere una scelta d'amore per il benessere dei figli.

A questo punto, un prete salottiero (si vede davvero molto spesso nei talk) - tale Don Mario - dice più o meno queste parole:
"Io sono figlio di un divorziato e di una signorina, nonostante questo sono venuto su  'stupendamente formato' da genitori che pur non potendo prendere la comunione, pregavano e mi hanno educato bene ecc. (..). Mia madre comprendeva mio padre, anche se lui a volte era violento. Lo accettava per amore, per il bene dei figli."

Qualcuno, tipo Luca Giurato (vedi tu in chi si deve sperare per riavere in studio un minimo di buon senso), fa notare che questo vuol dire distruggere una donna, che non è questo che vorremmo intendere per Famiglia e che vien proprio da dire Evviva il divorzio. 
Lui, il prete, risponde che questo tipo di affermazioni non le può accettare.

Non cadiamo certo dal pero. Conosciamo tutti la posizione della Chiesa sul divorzio e i miliardi di "si, ma" sull'autodeterminazione femminile, oltre che i no più o meno netti.
Ma a voi sembra normale che un opinionista-prete dica queste cose su Rai Uno, durante una trasmissione con pubblico prevalentemente femminile?
Vi sembra tollerabile che si porti il padre violento e la madre che non sa di poter dire Basta senza perdere valore agli occhi del suo Dio come esempio di famiglia  in grado di "stupendamente" formare?

Sarebbe questa la Chiesa reale, quella che prende le distanze dalla pecorella smarrita - o meglio 'scheggia impazzita' - Don Piero Corsi? 
Sarebbe questa la parte migliore, quella moderata, che conviene mandare a far presenza in tv, perchè anche i media sono strumento di diffusione della buona novella e della gioia cristiana e magari, con l'occasione, si fa pure un pò di  innocente marketing?

Vorrei che i cattolici parlassero, vorrei che in tanti prendessero le distanze da questa chiesa tronfia da salotto. 

Forza e poesia del caso

Ho visto da poco Paperman, il nuovo cortometraggio Disney giustamente candidato all'Oscar con i suoi 6 minuti intrisi di fascino.
L'ho quasi subito associato ad una poesia di Wislawa Zsymborska.

Con immagini splendide che fondono la bellezza vivida del disegno a mano con la raffinatezza delle tecniche più avanzate di animazione digitale, il corto mette in scena un fortuito amore a prima vista, raccontando proprio  il momento della "scintilla" e la forza magnetica che questa è in grado di muovere perché quel che deve essere, sia.

Nella poesia di Wislawa c'è ancora di più: c'è il 'prima' della scintilla.
Per questo, se volessimo, idealmente potrebbe essere un pò il "prequel" di Paperman.

Eccola:

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.

È bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
Uno "scusi" nella ressa?
Un 'ha sbagliato numerò' nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell'infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
Wislawa Zsymborska



E per chi non avesse ancora visto il cortometraggio Disney, ecco il video:




da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-101440?f=a:924>

domenica 3 febbraio 2013

Tutta un'altra storia. Favole per raccontare le differenze


Illustrazione di S. Crisà
Che ne sarebbe stato di voi se foste nati con due piedi destri? O se, scuri e piccoli come chicchi di caffè, vi foste ritrovati per genitori due alte margherite bianche che parlano il linguaggio dei fiori? 
E se invece foste venuti al mondo senza naso, o con un corpo splendente, ma tutto di vetro? 


Di certo sarebbe stata tutta un'altra storia.

Proprio questo è il titolo di un libro di favole fresco di stampa, che  segnalo agli appassionati di differenze.

Il libro, edito da Erickson, si propone di offrire a genitori ed educatori uno spunto per parlare ai bambini fra i 3 e i 6 anni della diversità.
Le differenze, ingredienti indispensabili per ogni storia che si rispetti, qualche volta sono difficili da accettare. Il trucco è comprendere che più che spiegate vanno raccontate e più che accettate vanno ascoltate, perché - come scrive Elisabetta Maùti, l'autrice di queste 10 piccole storie -"l'altra faccia della diversità è il conformismo, dove siamo proprio come gli altri ci vogliono e non abbiamo la possibilità di diventare unici per nessuno."
S. Crisà. Il lungo volo del chicco di caffè


Qui  potrete avere un assaggio della prima storia "Il principe con due piedi destri".

Due piedi destri sono certamente troppi per uno sguardo strabico, da troppo tempo abituato a fissare solo due stanchi e distinti punti: "normale" da un lato, "anormale"dall'altro; ma non saranno un rompicapo per chi volesse provare la vertigine di uno sguardo diverso, di ben più ampia veduta.
Se si appartiene alla nobiltà e si ha un briciolo di potere legislativo,  si potrà mettere al bando il piede sinistro o chiudere tutti i piedi del regno in scatole da scarpe gemelle, per editto del re, ma in fondo si fa prima e meglio a capire che "tante malattie nascono e vivono solo negli occhi di chi li vede" e a fare a meno di censure.

Le differenze, più che tollerate, vanno scoperte.
E raccontate.

Ci sono poi differenze che appaiono fragili come cristalli. 

Sono quelle che necessitano di percorsi più tortuosi  da parte di tutti: di quelli che le incarnano, come di quelli che vorrebbero proteggerle. 
Dalla corda di protezione al cappio, il passo può essere breve. 
L'alternativa è allentare la presa, lasciare andare per lasciar essere e cambiare le corde in nastri, di quelli buoni per danzare, al proprio ritmo, la propria musica. 
In acqua, per aria o sulla terra, dovunque e in fondo a casa, perché dove si  può essere se stessi, si è al sicuro.


Salvatore Crisà. Il bambino di vetro.

Qui troverete altre info sul libro Tutta un'altra storia:
Scheda libro Tutta un'altra storia

Il linguaggio duro della poesia

La poesia contiene una felicità che gli è propria, 
qualunque sia il dramma che essa 
debba illuminare 
(Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, 1957) 

In questi giorni di fermento politico, anzi elettorale (meglio chiamare le cose con il loro nome), penso dovremmo chiederci se qualche aspirante leader abbia posto per la Poesia tra i suoi punti programmatici. 
Non fatico a immaginare il galante Silvio ad elencarci, di fronte ad una lacrimosa D'Urso, le occasioni in cui  ha dato prova del suo 'romanticismo' e dubito - cabaret a parte - che in una qualunque stanza di partito si stia pensando alla Poesia, quella vera e dura, come ad un'urgenza.
Eppure è un salvavita. 
Ed è profondamente politica; sovversiva e ordinatrice, come poche altre attività umane.

Lo dice bene Jeanette Winterson nel suo memoir, un racconto di grande bellezza e intensità sul trauma e sul potere di nominarlo, scandagliando il dolore e la felicità nel suo cono d'ombra.

"Quando sento dire che la poesia è un lusso, o un'opzione, un prodotto riservato alla classe  media colta, che non dovrebbe essere letta a scuola perché non è essenziale, tutte le cose stupide e bizzarre che si dicono sulla poesia e sul posto che occupa nelle nostre vite, mi viene il sospetto che la gente che parla così abbia avuto la vita facile. Una vita dura ha bisogno di una lingua dura perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. E' un luogo dove ritrovarsi.  
(...) Credo nei racconti e nel potere delle storie perché ci permettono di parlare una lingua sconosciuta. Non vediamo ridotti al silenzio. Tutti noi, quando subiamo un trauma, ci ritroviamo a esitare, a balbettare; ci sono lunghe pause nel nostro discorso. Ci è impossibili esprimere quel che abbiamo dentro. E possiamo reimpossessarci della nostra lingua solo attraverso la lingua degli altri. Possiamo rivolgerci alla poesia. Possiamo aprire il libro. Qualcuno è stato lì per noi e ha scandagliato le parole. Io avevo bisogno delle parole perché le famiglie infelici sono cospirazioni di silenzio. Chi rompe il silenzio non viene mai perdonato. Lui/lei deve imparare a perdonarsi."
J. Winterson, 2012. Perchè essere felice quando puoi essere normale, Mondadori .
( pp.18,44) 

La scrittrice inglese Jeanette Winterson

martedì 29 gennaio 2013

One Bilion Rising, per conservare il cambiamento.


"La musica, come il sale, conserva meglio" 
 (E. De Luca, Il contrario di uno)



One Bilion rising - Il Flash mob fuori dalla Violenza:
  • è un invito a ballare
  • è protesta danzante
  • è una chiamata per ogni uomo e ogni donna che voglia rifiutarsi di partecipare allo status quo per mettere fine alla cultura dello stupro;
  • è un atto di solidarietà, dimostrando alle donne la comunanza delle loro lotte e il potere dei loro numeri;
  • è rifiuto di accettare la violenza contro le donne e le ragazze come un dato di fatto.     

E', sopratutto, desiderio di iniziare il cambiamento e conservarne la miccia.

Partecipa all'evento - Pagina Fb

Ecco il video ufficiale della canzone su cui si ballerà:
Break the chain - canzone ufficiale dell'evento

Michela Murgia scrive sul suo blog:
 "La canzone è intitolata significativamente Break the chain (Spezza la catena), dove il concetto di presa in carico del proprio destino è ancora una volta raffigurato dal gesto del ballo, liberatorio e energetico. La danza rompe le regole, dice il testo, ed è vero: rompe anche quelle della comunicazione che vorrebbe le donne vittime piangenti su sè stesse, esseri autocommiseranti e fragili incapaci di invertire la propria storia se non interviene una forza esterna."

Anche Palermo ballerà. L'appuntamento è per le 16,00 a Piazza Verdi, di fronte al Teatro Massimo.

Ecco un elenco delle altre città in cui, uomini e donne, il 14 Febbraio balleranno:

Dove si balla - Sito ufficiale One Bilion Rising Italia

Sul sito troverete anche tutti gli aggiornamenti e il tutorial della coreografia da realizzare.

lunedì 21 gennaio 2013

Le Iene su Sara Tommasi: l'intervista voyeurista

Ieri sera ho visto il famigerato servizio de Le Iene su Sara Tommasi.
Sabrina Nobile intervista la soubrette che aveva già fatto molto parlare di sé per le sue esibizioni di nudo "stradale" di fronte a delle banche e per problemi con le droghe. 

La "intervista" sul set del film porno che Sara sta per girare.
La parola intervista va decisamente tra virgolette: Sara Tommasi ha uno sguardo disorientato, appare molto poco presente a se stessa, totalmente in balìa della situazione. Ha difficoltà evidenti a mettere insieme una frase di senso compiuto, si spoglia di fronte alle telecamere delle Iene (che ipocritamente le oscurano i genitali, ma non il seno), dice di non voler fare il film ma che deve farlo lo stesso perché serve a far soldi.


La scena poi cambia e il servizio continua mostrandoci Sara Tommasi alcuni mesi dopo, durante la presentazione di un libro autobiografico in cui pare racconti di essere uscita da un periodo critico costellato di sventure, droghe e divertimento.
Un periodo difficile, ma redditizio, in quanto le avrebbe fruttato un milione di euro che - come dice al microfono della Iena - avrebbe poi investito in vari modi (bar, fondi ecc.).
A questo le è servita la laurea alla Bocconi - commenta sarcasticamente Sabrina Nobile. Lei, Sara, appare gonfia (francamente, gonfia di quel gonfiore che spesso si deve ai farmaci) e il suo sguardo mi pare appena  più "orientato" di quello mostrato in precedenza sul set del film porno. 


Conclude dicendo che si sente serena e che, in fondo, tutto è bene quel che finisce bene, dal momento che, grazie a ciò che ha fin ora fatto (serate, programmi e film porno sotto effetto di droghe), è attualmente in grado di invitare a cena chi vuole e pagare perfino il conto e che, per di più, può ormai permettersi di innamorarsi anche di un pezzente e di mantenerlo.

Crudele e deprimente.
Dall'inizio alla fine.

Vorrei evitare di ingrossare la fila degli psicologi della Domenica, ma dirò lo stesso che penso sia evidente a chiunque abbia due nozioni di psicologia - o una dotazione basic di senso comune - quanto Sara Tommasi fosse in uno stato di alterazione psicologica tanto nella prima, quanto nella seconda parte del servizio, quando la si vorrebbe descrivere come finalmente "tornata in sé"- sebbene irrimediabilmente stupida - mentre le si ride dietro per la pochezza  ostentata.

Quale vuole essere l'obiettivo: mettere alla berlina l'ennesima sgallettata  self-made-girl?
Non riesco a vederci altro che una strumentalizzazione del disagio psichico, foss'anche legato - sia nella prima che nella seconda parte del servizio - al 'solo' uso di droghe (quand'anche fosse così, si tratterebbe sempre e comunque di uno stato di disagio e di un'alterazione del proprio equilibrio non indifferente).

Sul Blog DIS.AMB.IGUANDO, Giovanna Cosenza ha commentato con queste parole un altro servizio de Le Iene dal contenuto molto simile,"Persone Perfette":
"A cosa serve un servizio come questo? A fare audience, prendendosi gioco, per l’ennesima volta, della miseria psicologica e sociale, prendendosi gioco delle donne. E mostrando – soprattutto – un bel po’ di tette e culi" 
(Cliccate qui per saperne di più, leggendo l'articolo per intero):

Sfruttare l'incapacità temporanea - o cronica - di essere presenti a se stessi, mi sembra una modo ancora più bieco di strumentalizzare la miseria umana, travestiti da nuovi moralizzatori in nome dell'audience.

Voyeurismo cieco che stavolta ostenta non solo il corpo, ma anche la fragilità psichica.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.